L’insostenibile fregatura dell’editoria italiana

Quando ho letto la lettera di Beatrice,* la ventitreenne che sul Corriere della Sera ha scritto il pezzo tagliente “Ho una vita agiata, sono giovane, colta ma infelice e la colpa è anche vostra” mi sono fermato di colpo alla frase “Quando andavo a scuola mi ripetevano che campare è difficile, soprattutto di questi tempi. Nessuno mi aveva parlato del costo umano preteso da questi ambienti di lavoro, che siano aziende, banche, agenzie di comunicazione, case editrici, redazioni di giornali, atelier di alta moda (…) Ciò che mi rende più sconcertata e soprattutto incazzata, è constatare la disumanità che caratterizza questi impieghi elitari, destinati alla nicchia colta, emancipata, istruita e raffinata della società. Sono ambienti che vantano ed espongono una determinata fascia di valori, senza saperli garantire al proprio interno. Gli episodi di prevaricazione nei confronti dei giovani stagisti senza esperienza sono all’ordine del giorno.

Quello che dice è vero. Da tanti anni faccio parte del cosiddetto dorato mondo della cultura, quello delle redazioni, degli uffici di comunicazione prestigiosi, delle storiche case editrici. Mi piacerebbe dire a Beatrice che ha perfettamente ragione: siamo così. Lei però ha potuto vedere soltanto una realtà parziale, mentre chi è inserito da tempo in queste aziende sa che nel mondo delle professioni intellettuali e creative da tanti anni è in atto una guerra di tutti contro tutti che è pressoché endemica, ma di cui si parla pochissimo.

Lo ha fatto Raffaele Alberto Ventura nel suo libro di successo Teoria della classe disagiata, scoperchiando il vaso di Pandora del precariato intellettuale e consentendo a tanti giornalisti, editoriali e creativi, e aspiranti tali, di riconoscersi in una categoria composta perlopiù da borghesi cresciuti con la convinzione di poter mantenere la propria posizione nella piramide sociale ma che si scontrano quotidianamente con una realtà dura di sfruttamento professionale in cui non c’è merito o talento che possa garantire loro quei diritti al lavoro e al benessere che sono ormai considerati privilegi. Sono persone in buona parte preparate, dai molteplici titoli di studio e ambizioni professionali e sociali, ma frustrate da una realtà lavorativa in cui i posti di lavoro sono limitati, se non inaccessibili.

Beatrice ha capito che la sua mortificazione di fronte allo spettacolo dell’umanità desolata e desolante che popola anche gli uffici e le redazioni più prestigiose non era un suo problema personale, né una sua colpa o il frutto di particolari fortuite circostanze, ma può e deve essere generalizzato ed esteso. Ha compreso che il problema è politico, oltre che di ordine economico, e il successo che ha avuto il suo articolo sui social lo dimostra: in tanti, come me, si sono sentiti chiamati in causa.

Quando Beatrice descrive gli ambienti di lavoro in cui ha fatto gli stage come luoghi di tensione e di silenzi non sani, di ostilità e di diffidenza reciproca, dice cose che noi che non siamo più stagisti – e anzi ci siamo dentro da decenni – conosciamo benissimo. Noi sappiamo che la cultura non abita più qui.

Catriona Potts, lo pseudonimo di una collega che nel suo blog Secondo piano descriveva la sua vita in casa editrice, nella presentazione della pagina scrisse che “molti pensano che una casa editrice sia un luogo in cui si nutre, vive, respira e prospera la Cultura. Perché molti credono che in una casa editrice si parli correntemente di Plotino o, nei giorni di fiacca, di Gadda e, nei giorni di fiacchissima, di Pavese… Be’, forse non è così”. Sebbene si possa essere indotti a pensare il contrario, infatti, salvo rare eccezioni, il confronto intellettuale è una cosa che qui, nei luoghi della élite raffinata e colta, non è molto frequente. Personalmente non mi ci sono quasi mai imbattuto. I pochi colleghi intellettuali che ho avuto il piacere di conoscere erano quasi tutti degli outsider; ed erano facilmente riconoscibili per una curiosa, insolita apertura verso gli altri e per i diversi modi di pensare.

Qui ci sono tante persone con un singolo interesse culturale che portano avanti in proprio, quasi gelosamente come se fosse una loro prerogativa personale, e lo fanno da soli come possono. Ma i più non hanno nemmeno quello. I nostri discorsi non sono elevati, parliamo tanto di serie tv, del ponte di Pasqua, delle vacanze, spettegoliamo alla macchinetta del caffè sul collega a nostro dire inadempiente, rimastichiamo tra una scrivania e l’altra sempre le solite battute spurie, sentendoci spiritosi. Siamo una categoria costituita in gran parte da gente molto media, come dappertutto. Può sembrare strano per delle persone istruite e informate che lavorano ogni giorno con il sapere e con l’attualità, ma i grandi temi del nostro tempo non fanno per noi: nessuno si scandalizza per i morti nel Mediterraneo, per il razzismo dilagante, per il divario tra ricchi e poveri, da noi non sentirete mai una parola sui profughi che pure si raccolgono a frotte sotto i nostri uffici del centro. Né su tutte le ingiustizie e le tragedie che pure dovrebbero essere la materia incandescente del nostro lavoro. Forse non la sola, ma una delle più importanti. Non parliamo di politica perché esporsi non conviene, il lessico dei diritti non rientra nei nostri discorsi, mai. Alcuni di noi lavorano con i libri senza leggerne neppure uno. La curiosità intellettuale è una merce rara.

Siamo davvero i rappresentanti di una classe di lavoratori portatrice di valori progressisti e umanisti? Forse un tempo, quando alle nostre scrivanie sedevano Cesare Pavese, Edmondo Berselli, Umberto Eco. Aggirandoci oggi nei nostri open space, spicca innanzitutto una certa insipienza, la mancanza di un progetto o di un obiettivo comune sostituiti da singole ambizioni personali dove al senso di responsabilità e di appartenenza a una realtà che dovrebbe essere informata da un senso condiviso, da una collaborazione professionale e umana, c’è la rincorsa a titoli e premi, alla posizione, all’aumento, ad alleanze a geometria variabile in chiave utilitaristica e soprattutto alla mancanza di dialogo. Quest’ultima fa il paio con l’unico elemento che veramente distingue l’editoriale doc: l’assoluta, pervasiva, schiacciante mancanza di umiltà. Agli antipodi rispetto al socratico “so di non sapere”, mai – e dico mai – tra queste mura ho sentito proferire da bocca editoriale un candido quanto fatidico non lo so. Il collega sta parlando delle innovazioni del catasto teresiano del 1725 nel Ducato di Milano? Annuiamo impercettibilmente con aria compiaciuta e saputa. L’autore discetta dello stato di salute/morte del romanzo mitteleuropeo/ italiano/ georgiano/ sudamericano? Annuiamo eroicamente, sempre. La casa editrice Farfuglia Edizioni ha cambiato sede due mesi fa? Ovviamente ne eravamo al corrente. Niente, nemmeno la massa del Bosone di Higgs ci è preclusa. Un sommesso “non ne so nulla” è un fenomeno dello spirito a noi inaccessibile.

In compenso, siamo più cauti e circospetti di un sottosegretario di partito, sempre avvinti dalla paura di essere scalzati dalla nostra sedia. La meritocrazia – parola molto in voga e ammantata da tutta una sua retorica – è spessissimo mortificata in favore di cooptazioni in cui a valere è l’affiliazione a una cordata, la fedeltà personale al direttore di turno.

Non abbiamo nulla da ridire nemmeno sul clima di paura e di diffidenza tra le nostre scrivanie, dei bisbigli, della sottomissione e della piaggeria nei confronti del capo, con cui non si discute mai francamente, ma a cui si obbedisce sempre acriticamente. Certo, siamo evoluti: il clima è informale, ci diamo tutti del tu, andiamo a fare gli aperitivi, siamo gente istruita e dai valori liberali, ma Fantozzi è sempre qui, anche se i tempi sono cambiati e le cose ce le diciamo via WhatsApp.

Negli anni ho visto questo ambiente estromettere talenti – non di rado dopo averli umiliati – e mobbizzare i creativi finché a questi non è passato l’uzzolo di proporre alcunché di alternativo alla trita e rodata prassi e alla consueta e statica visione delle cose. Tale prassi vuole precisamente che le idee innovative vengano sempre guardate con diffidenza e sfiducia, mentre è molto incoraggiato il prender nota dei casi di successo degli altri editori, i competitor, per cercare di riprodurli a propria volta. L’editoria del già visto, degli articoli e dei libri proposti e riproposti, tutti simili.

Vediamo persone in nessun modo in grado di fare un libro, un editing, di scrivere un buon pezzo o una buona scheda di lettura nella posizione di giudicare severamente il lavoro degli altri. Responsabili dalle imbarazzanti lacune di cultura generale di base riempire programmi editoriali di nuove uscite. Vediamo questi stessi responsabili ripetere vacue arguzie agli eventi mondani per mascherare la propria insipienza. È sufficiente recitare il ruolo guardando come fanno gli altri, ripetere formule vuote, dire insulse spiritosaggini e atteggiarsi a uomini e donne di mondo. E soprattutto stare zitti il più possibile, non sbilanciarsi mai, non fare capire mai veramente chi si è. Funziona alla grande proprio perché ci sono buone probabilità che la persona che si ha di fronte sia come te e stia interpretando una parte analoga.

Quelli che non appartengono al nostro ambiente, alla nostra élite, sono in genere considerati con aristocratica degnazione. E il piccolo popolo dei lettori di giornali e libri, verso cui dovremmo sentirci al servizio, in genere non gode di moltissima considerazione ai nostri occhi. Di sicuro non sono in sintonia con il nostro mondo esclusivo di consumi culturali di nicchia. Sono i nostri pari e i nostri superiori a cui guardiamo, rispettivamente con calcolo e deferenza.

Eppure non avremmo molte ragioni di essere snob: non guadagniamo molto – come gli insegnanti. O forse proprio per questo: il prestigio di una professione intellettuale è l’unica cosa che abbiamo. Un prestigio che le vendite dei quotidiani e dei libri, mai così basse in Italia, ridimensiona in modo inversamente proporzionale al nostro ego. Anni fa un mio direttore lamentava il fatto che non si trovassero più studenti universitari che lavorassero gratis, perché – ahinoi – il nostro ambiente professionale aveva perso buona parte del suo fascino agli occhi del mondo esterno. Si era fatto la domanda e si era dato la risposta da solo.

I capi non sono migliori di noi: non sono quelli che si sono distinti per aver fatto cose belle o importanti: sono il nostro specchio, con la stessa paura di essere sostituiti da qualcun altro, magari da un sottoposto. E siccome questo ambiente è intellettualmente molto snob, non di rado si incontrano direttori che, non sentendosi all’altezza di un ruolo che li vorrebbe almeno colti, per non dire eruditi, rifiutano e prevengono qualsiasi confronto con i propri collaboratori. Talvolta addirittura le semplici, e fondamentali, riunioni di redazione. Ragion per cui vale sempre l’antica usanza di sceglierseli in modo molto calcolato, i subordinati: via i più bravi, benvenuti i portaborse, i giovanissimi che non possono farti ombra ma che comunque ti guarderai sempre bene dal rendere autonomi nella professione. Non sia mai che un giorno diventeranno più bravi di te. Da quel che ho potuto vedere, i capi si distinguono precipuamente dall’abilità di coltivare relazioni con i potenti in modo da assicurarsi un presente solido e un paracadute nel caso arrivassero i tempi bui.

Dico cose note, lo so. Hanno anche forse il sapore del luogo comune, eppure c’è chi non ci sta, e siamo in molti. Ma tacciamo, non alziamo la testa, non vogliamo organizzarci per cambiare le cose, non foss’altro che per negare il nostro consenso. Ci piace essere sottomessi? Siamo pavidi? Sì, la pavidità è la cifra della nostra esperienza. Un contratto a tempo indeterminato è capace di cucire la bocca ai più, per non parlare di un contratto a progetto. C’è stato chi si è ribellato, da solo, con un contratto precario, ed è stato estromesso dall’azienda alla prima occasione.

Solo pochi anni fa l’ispettorato del lavoro di Milano fece una scoperta a suo dire sconcertante: una parte numericamente consistente delle persone che lavoravano come redattori ed editor in due delle maggiori case editrici italiane avevano contratti di lavoro fuori dalla legge: professionisti che lavoravano stabilmente e continuativamente con un contratto co.co.pro. – rinnovato di sei mesi in sei mesi – da cinque, dieci, quindici anni. E a mille euro al mese (o poco più). Questa incredibile e deprecabile inadempienza verso le leggi da parte delle aziende si sarebbe potuta trasformare in una formidabile class action se solo tutti gli addetti dell’editoria che erano stati sfruttati per lunghi anni si fossero uniti e avessero presentato insieme le loro istanze. Hanno preferito fare ognuno la propria conciliazione con il datore di lavoro, negoziando il risarcimento e la propria assunzione. Qualcuno ha fatto causa all’azienda. Ognun per sé, dio per tutti.

Davvero si può attribuire questo scenario mortificante soltanto al fatto che siamo troppi per pochi posti di lavoro? Allo stress e alla precarietà, ancorché sedimentati nel tempo? Credo che sarebbe una autoassoluzione troppo facile. Quando smetteremo di giustificare i nostri comportamenti non etici nascondendoci dietro al concetto di generazione X, quella “senza futuro”? Quando smetteremo di considerare dei rivali tutti quelli che lavorano con noi, degli ostacoli al conseguimento dei nostri obiettivi? E poi: quali obiettivi?

È vero, siamo la generazione che per la prima volta guadagna meno dei propri padri, ma siamo diventati grandi ormai, abbiamo tra i trenta e i cinquant’anni e in virtù della nostra esperienza avremmo dovuto maturare una consapevolezza diversa, che vada oltre un remissivo “non è giusto” o un cinico “se non ti sta bene, puoi anche andartene”. Avremmo dovuto elaborare anche strategie di difesa e azioni efficaci anziché far predominare sempre e comunque il nostro egoismo che ci dice di darci addosso l’un l’altro. O di ignorare il disagio di chi ci sta accanto ma non è utile alla nostra quotidianità. I diritti umani hanno un senso anche o soprattutto nel mondo del lavoro, dove c’è stato un tempo in cui oltre all’ambizione individuale esisteva anche la consapevolezza che le cose si costruiscono con il contributo di chi è in grado di darlo, in una organizzazione del lavoro aperta alla cooperazione. Nell’ottica attuale, a mio avviso miope – ci siamo ridotti a sentirci presunte torri d’avorio che vogliono sembrare bastanti a se stesse mentre invece viviamo tutti – tutti noi che lavoriamo in queste aziende – più o meno le stesse vite, con gli stessi problemi.

Le generazioni precedenti scioperavano perché sentivano di meritare di più di quello che avevano, rifiutavano lo status quo in nome di un sentimento del sé e di valori che sentivano propri e in un certo senso anche universali. Ora questo sentimento di sé sembra svanito e ha lasciato il posto a uno spoglio desiderio collettivo di riconoscimento da una non meglio specificata autorità. Che ce lo dia qualcun altro, il nostro senso, attraverso premi e gagliardetti: un lavoro invidiato, esclusivo, uno status anche solo intellettuale, visto che di soldi ne girano pochi.

Non so esattamente quando siamo diventati così: opportunisti. Vent’anni fa lavoravo per una prestigiosa azienda in cui ancora potevo osservare i dipendenti protestare flebilmente e unirsi al momento del bisogno. Sapevano in qualche misura di essere uguali, di avere gli stessi problemi e che la soluzione non passava per allisciarsi il capo di turno a scapito di chi non lo faceva, ma occorreva trovare soluzioni razionali e condivise, e non per generosità, ma per interesse comune. Ora vedo solo un cieco sgomitamento, la piaggeria verso i capi (quasi sempre accolta con favore, va detto), una mancanza totale di solidarietà reciproca.

Intendiamoci, queste cose ci sono sempre state, le ho sempre viste, ma mai in questa misura. È un livello paradossale in cui anche le regole del buonsenso sono sovvertite. Ogni tanto mi dico che è un miracolo che queste aziende stiano in piedi. E infatti non stanno in piedi, o godono di cattiva salute da molto tempo. Molte hanno chiuso i battenti o sono state comprate da competitor più grandi. I cervelli fuggono in massa, se non all’estero, verso altri lidi professionali.

Tante volte penso addirittura che in queste realtà viga una selezione al contrario in cui resistono e assumono posizioni di potere proprio i più cinici, i più mediocri, i più ottusi.

Vedo anche una grande infelicità, in cui nessuno si sente libero di dire quello che pensa, dove la segretezza è il metodo per custodire qualche informazione in più che potrebbe portare vantaggio.

E nonostante l’ideale della cultura intesa come impegno e passione civile ora si trovi indiscutibilmente marginalizzato da questa editoria dei manager, e nonostante nei nostri uffici non si vedano più le grandi personalità, i fuoriclasse, gli uomini e le donne dalle grandi visioni a favore della collettività, della cultura come mezzo per emancipare tutti, io so che fuori ci sono. Lo so perché ho avuto il privilegio di conoscerli. Semplicemente, non sono stati ammessi alla corte del direttore editoriale di turno.


* https://www.corriere.it/economia/lavoro/19_aprile_10/sono-ricca-giovane-colta-infelice-colpa-anche-vostra-19d3183c-5a1a-11e9-9773-c990cfb7393b.shtml